Just another brick in the wall

Recensione

Coliandro – Bestiale!


ahahahah eccomi qua, dopo un tour de force dedicato a “l’ispettore Coliandro”, rigorosamente in notturna (essendo un noir!) e dopo averci riflettuto un attimo ecco qui qualche idea in proposito.

Intanto Bologna(!) che dire; una città che per anni, grazie e con la mia Dolcina ho potuto vivere intensamente. Bologna è davvero un po’ magica, non sono l’unico a pensarlo: è un luogo dell’anima, non soltanto una città fisica, con strade, palazzi e portici ma una location perfetta per emozioni ed avventure.

La serie televisiva, che ho visto in 4 notti filate lisce come l’olio, è tratta dalle opere di Lucarelli che si prefissavano di trattare il tema del giallo in maniera differente, innovarlo e cambiargli prospettiva…. ora, io di gialli un po’ me ne intendo e sinceramente l’idea del poliziotto “coglione” non mi sconvolge più di tanto ma Coliandro funziona lo stesso!

La serie inizia con ottime trame ma alcuni attori di contorno nelle prime puntate recitano talmente male da avvicinarsi pericolosamente agli attori degli z-movie che recensiva Yotobi! (bonanima…). Persino la regia a volte e traballante e instabile, pur non essendo un teorico di cinema, lo si capisce facilemente alla prima occhiata (salvo non sia stato fatto “apposta” per ricreare gli ambienti underground di un progetto a basso costo…)

Andando avanti con le puntate (e con gli anni) la regia migliora notevolmente (causa budget?) e gli attori/cani spariscono quasi del tutto… ma le trame s’ammosciano notevolmente. Per esempio: la 5 puntata della 5 stagione “Tassisita notturno” che ben mi aveva fatto sperare nella prima mezz’ora (sfiorando anche la trama della prima puntata di Sherlock BBC, che adoro) si trascina con ritmo irreale per 180 km (del taxi)… non è possibile! Non è possibile che tre sicari dei casalesi, tra i più feroci criminali della Terra, aspettino inermi che un tassista accompagni a casa la loro vittima senza far niente… certa gente, quelli veri, sono quelli che nonostante le telecamere, nonostante la gente intorno, ammazzano un tipo in un bar in piena mattinata, sotto gli occhi di tutti…. altro che giretto in taxi! Anche la sesta ed ultima puntata della stagione è abbastanza surreale (tra l’altro è proprio l’episodio che guardai per caso in tv una sera…)

Ottima serie, ottimi attori primari e belle trame il più delle volte, per un prodotto per varie ragioni atipico ma estremamente piacevole!

Coliandro in not dead!

Vostro, Alby


Recensione – Fish out of water


Pubblico una personale recensione dell’unico disco solista di Chris Squire, bassista degli “Yes”, il grandioso gruppo progressive rock.
Titolo: Fish out of water
Autore: Chris Squire
Date : Registrato nell’ autunno 1975 e pubblicato nel Novembre dello stesso anno
Etichetta: Atlantic records
Il disco  presenta cinque brani di lunghezza e sonorità parecchio differenti tra loro; si spazia dal rock (progressive, è ovvio) ad una lunga suite d’orchestra lunga quattordici minuti abbondanti, arrivando quasi ad anticipare gli anni ottanta con atmosfere fumose. Sempre ben presente e possente, il basso di Squire compone linee melodiche e ritmiche accattivanti e si sposa bene, oltre che con batteria e tastiere di provenienza “Yes”, anche con strumenti di nuova conoscenza per il “Nostro” bassista, come il flauto e il sassofono.
Una piacevole sorpresa è stata la voce del Nostro: praticamente Sting dei “Police”.
1- Hold out your hand  (4:13)
Il brano d’apertura inizia con una melodia dal sapore epico contrappuntata dal potente basso del Nostro; appena inizia a cantare, subito ci si chiede perchè non compaia Sting tra i crediti, eppure è la voce solista! Scherzi a parte, Squire mostra una gradevolissima voce, armoniosa , forte e sicura.
Verso la metà della canzone, un break di basso introduce delle sequenze soliste d’organo, per poi riprendere il cantato e finire entrando a tutta forza nel brano successivo, formando un unicum.
La prima sensazione che l’ascoltatore percepisce è, a mio avviso, un clima di serenità e di spensieratezza dell’epoca, mescolato a forti dosi di estrema ed onnipresente bravura e professionalità del Nostro e dei suoi compagni (qualcuno direbbe collaboratori).
Curiosità: ai cori femminili c’è la moglie di Squire, Nikki.
2- You by my side  (5:00)
Il secondo brano inizia senza soluzione di contunuità dal precedente. L’atmosfera si fa dolce e romantica, il canto è intenso e carico di emozioni; siamo forse di fronte ad una canzone d’amore?
Dopo un paio d’ascolti capii cosa mi legò profondamente a questo pezzo: il pianoforte “narratore”, la voce calda e delicata, le oniriche melodie di flauto e sul finale, la batteria , che prende una piega alquanto “masoniana” (anche se qualcuno non sarà d’accordo); mi parve di ascoltare, un’ altra volta ancora, un disco solista dei miei amati “Pink Floyd”, in particolare Nick  e, soprattutto, il compianto Rick. Quelle atmosfere oniriche, narrative e pastorali dei fantastici anni settanta, e proprio delle ultime che si nutre il finale di questo pezzo; e l’atmosfera contagia anche l’inizio del prossimo. Un altra componente forte del finale sono le orchestrazioni; e qui non si può non notare il rimando alla suite “Atom heart mother” dei Floyd oltre che al finale del disco.
3- Silently falling  (11:27)
Come già accennato, l’inizio di questo pezzo è estremamente pastorale, con le divagazioni del flauto in primo piano che, in qualche maniera, ricollegano il brano al precedente. L’intro pastorale dura circa un minuto e mezzo dopo di che, l’atmosfera si spezza ed entrano basso e batteria con un buon groove “scalciante”.
Verso il quarto minuto, il tempo accellera e iniziano le furiose linee soliste delle tastiere, in questo brano, suonate da Patrick Moraz, all’epoca  membro degli “Yes”; ad un certo punto entra anche un effetto “wah-wah” delle tastiere che anticipa i suoni elettronici campionati degli anni ottanta; d’improvviso tutto tace e torna il canto accompagnato da un tranquillo pianoforte che da il via a un’infinita (più di quattro minuti) coda, con un ripetersi quasi ossessivo del titolo in una però mai noiosa o scontata melodia; un bel finale a sfumare con tutti gli strumenti presenti ma in nessun caso egocentrici, un finale di cuore.
4- Lucky seven  (6:54)
Ed eccoci alle sonorità anni ottanta: il basso è energico e cattivo e fa da contrappunto a un pregevole piano elettrico di Andrew Jackman mentre Bruford alla batteria dimostra che il feeling con Squire in “Heart of the sunrise” non fu un colpo di fortuna. Dopo un po’ entra il sassofono con un motivetto davvero accattivante che regge la canzone e le dona un’anima riconoscibile e la rende cantabile.
Immersi in quell’atmosfera da night anni ottanta, lasciamo che il Nostro si avventuri in un potente assolo verso il terzo minuto.
Successivamente entrano gli archi e l’assolo di sassofono supportato da cori alla “Yes”; dopotutto l’anima è quella! ^^
Si conclude con uno svuotamento che accompagna alla calma del nuovo brano.
5- Safe (canon song)  (14:65)
Arriva ora la suite orchestrale, ma subito ci si accorge della struttura atipica; infatti la traccia inizia come una normale canzone rock (o pop se volete) e solo verso la fine del quinto minuto appare all’orizzonte la suite.
Si inizia col flauto in primo piano, con interventi di pianoforte e arpa ad impreziosire; successivamente entra il canto, su un tessuto musicale inizialmente vuoto con i soli interventi di basso, che ad un certo punto si riempie con la band e l’orchestra in un’atmosfera più movimentata e calda. Il brano sembra iniziare a divertirsi; e a divertire.
Dopo un momento di divagazione del Nostro, ci si ferma un istante, e l’orchestra riprende il via per una nuova parte di cantato, per poi rifermare tutto e procedere con un accompagnamento a ottavi molto marcato e con un lieve effetto “flanger” sul basso, inizialmente da solo, poi man mano si aggiungono tutti gli altri fino ad arrivare alla suite.
Dopo un’ altra parte “marcata” di basso, gli strumenti d’orchestra costruiscono sopra la band le loro orchestrazioni creando spazi vuoti che rincorrono spazi pieni e viceversa. L’ultima nota voglio spenderla sul finale perchè, quando tutto finisce, e si sta per spegnere tutto, rimane solo un suono molto riverberato di uno strumento (il basso modificato tramite effetti? uno strumento dell’orchestra?) che conduce lentamente e dolcemente alla chiusura.
Coda
Concludendo, prima di chiarire la mia consapevolezza di essermi basato forse troppo su dei rimandi ad altri artisti, mi viene da dire che questo disco possiede un’anima e un’energia che lo rendono comunque personale e irripetibile, con elementi progressive e orchestrali, corali e narrativi che accompagnano ad un tranquillo e appassionato ascolto.